Missionletter 12
2 febbraio 2003

Milioni...
 

“Non possiamo restarcene tranquilli, pensando ai milioni di nostri fratelli e sorelle, anch’essi redenti dal sangue di Cristo, che vivono ignari dell’amore di Dio. Per il singolo credente, come per l’intera Chiesa, la causa missionaria deve essere la prima…” (Giovanni Paolo II nella Redemptoris Missio n°86).
Di fronte a questa messe sempre più abbondante, mi sento così impotente: cosa posso fare? Come far sì che questi milioni diventino migliaia e magari solo centinaia? Da un canto, il pensare ai milioni di persone che non conoscono il Salvatore mi scuote, mi da voglia di impegnarmi ad esser sempre più missionario nella mia vita; d’altro canto, mi posso scoraggiare davanti ad una messe sempre più vasta…

Chiunque…

Se questo pensiero non mi basta, o magari se “i milioni” mi fanno paura, sento che Gesù mi dice:

“Dio infatti ha tanto amato il mondo da dare il suo Figlio unigenito, perché chiunque crede in lui non muoia, ma abbia la vita eterna”. (Gv 3,16)

Chiunque, cioè uno, quello che incontrerò stasera, e un altro che incontrerò domani, e così via…
Diceva Madre Teresa di Calcutta:

“Lo so: ci sono milioni di poveri, ma io penso ad uno per volta: Gesù non è più di uno! Bisogna sempre occuparsi delle persone povere individualmente. I poveri non si possono salvare che ad uno ad uno.”

Ecco un segreto, che caccia via ogni scoraggiamento ed ogni paura di non farcela. Uno per volta, non due, uno!
Nella Evangelii Nuntiandi, Paolo VI dedica un intero paragrafo (n°46) a questo argomento essenziale per l’evangelizzazione; scrive:

“Perciò, accanto alla proclamazione fatta in forma generale del Vangelo, l’altra forma della sua trasmissione, da persona a persona, resta valida ed importante. Il Signore l’ha spesso praticata – come ad esempio attestano le conversazioni con Nicodemo, Zaccheo, la Samaritana, Simone il fariseo e con altri – ed anche gli Apostoli. C’è forse in fondo una forma diversa di esporre il Vangelo, che trasmettere ad altri la propria esperienza di fede?. Non dovrebbe accadere che l’urgenza di annunziare la buona novella a masse di uomini facesse dimenticare questa forma di annuncio…”

Questa forma di annuncio è alla portata di tutti e nessun’altra forma la potrà sostituire completamente. Rimarrà sempre valida e sempre necessaria, anzi indispensabile. Come la luce, a partire dal cero pasquale, si diffonde nella chiesa buia all’inizio della Veglia pasquale e pian pianino illumina l’intero santuario, così la luce del Vangelo, di persona in persona, raggiunge il “chiunque” che aspetta, spesso senza esserne consapevole, questa luce che cambia la vita. Il “contagio” avviene così, da un “chiunque” ad un altro “chiunque”, fino a quando “i milioni” saranno tutti “contagiati” dall’Amore di Dio!

Chiamò a sé…

D’altronde, gli Apostoli stessi sono stati chiamati ad uno ad uno, ognuno ricevendo un nome, a volte nuovo, segno della missione specifica affidata a ciascuno. In effetti, ad ogni discepolo di Gesù viene proposta una parte dell’annuncio del Vangelo e nessuno è interscambiabile. Ogni missionario è unico, con una missione unica - anche se multiforme - e specifica.
Il Signore mi manda in un “settore” della messe, verso persone ben precise che hanno fame e sete della Parola di Dio, anche se non lo sanno. Tocca a me testimoniare il Vangelo a queste persone. Ci credo? Sono persuaso che il Signore conta su di me per incontrare queste persone? Credo che se non ci fossi io, forse nessuno andrebbe verso queste persone?

“Chiamò a sé quelli che egli volle ed essi andarono con lui. Ne costituì Dodici che stessero con lui e anche per mandarli a predicare…” (Mc 3,13-14)

Prima per essere con lui e poi per predicare il Vangelo. Non perché l’essere con lui sia più importante, ma perché stare con lui è indispensabile per poter poi (a volte, quasi subito…) andare e riconoscere la sua presenza nelle persone che incontriamo. In effetti, come aggiungeva Madre Teresa nel passo sopraccitato:

“Non dovremmo servire i poveri come fossero Gesù; dobbiamo servirli perché sono Gesù!”

Per riconoscere Gesù nell’altro, occorre prendere del tempo con lui, “faccia a faccia” nella preghiera personale quotidiana.

In conclusione…

Se voglio essere un autentico discepolo di Gesù e quindi un missionario, devo sapere che ogni incontro può essere importante. Ora Gesù mi ha promesso in Mt 18,20:

“Dove sono due o tre riuniti nel mio nome, io sono in mezzo a loro”.

Se Gesù quindi è presente, potrò fare di ogni incontro una vera occasione di testimonianza, esplicita o non, senza fermarmi alla persona incontrata (= rischio da evitare), ma tenendo sempre fisso l’obiettivo, cioè che tutti possano conoscere ed amare Gesù, per lasciarsi salvare da Lui.

Missionariamente, i n Cristo,
P. Pier Aguila

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