COOPERATORE: i requisiti…
Alessandro Castegnaro
(Dall’editoriale della rivista “Il cooperatore paolino” – luglio-agosto 2008)
La parola che incontriamo nella lingua greca del Nuovo Testamento è "synergós"; lo traduciamo abitualmente con: collaboratore, cooperatore, aiutante, assistente, socio. È un termine composto da "syn" preposizione che significa: "con" o "insieme"; seguita dal sostantivo greco "ergós" proveniente dal verbo "ergazomai" che significa: lavorare, essere operoso. Quindi "synergós" tradotto alla lettera vuol dire "con+operante", "con+operatore". Un sostantivo arrivato direttamente in italiano dal greco "synergós" è sinergico, ma più diffuso è sinergia. Serve ad esprimere la contemporanea e complementare azione di forze diverse per un unico scopo. È questo il significato da preferirsi anche per il nostro termine in esame! La preposizione syn = "con" sostanzialmente ha due significati: uno di compagnia e allora significa "assieme"; l’altro di tempo e in questo caso significa "contemporaneamente". Ma entrambi questi casi presuppongono l’unità di scopo.
Il greco "synergós" viene tradotto in latino con due termini diversi: il primo è "cooperàtor" dal verbo latino "coòperor" che vuol dire appunto "opero con"; il secondo con "adiùtor", dal verbo latino "adiuvo", cioè: giovo a, aiuto.
La qualifica di "cooperatore" viene data ad una persona che non agisce per scopi personali o in proprio; ma opera sempre in aiuto di qualcuno o in cooperazione di intenti con qualcuno altro differente da se stesso. Vi è implicato un aspetto di offerta delle proprie forze e delle proprie risorse a qualcuno o con qualcuno per qualcosa.

Paolo in catene sulla via Appia accompagnato e accolto dai suoi cooperatori.
Il cooperatore allora è colui che vivendo in un determinato contesto, ha preso coscienza di una necessità, ne riconosce l’importanza e l’urgenza, la condivide in pieno con chi già opera per affrontarla e liberamente coinvolge se stesso rendendo disponibili le proprie forze e risorse dicendo "eccomi: collaboro anch’io con le mie risorse spirituali, fisiche e materiali, per questo scopo che riconosco necessario e urgente qui dove sono".
Se ritorniamo all’unico termine greco "synergós" e ne ricerchiamo l’uso in tutta la Bibbia greca notiamo subito che esso ricorre solo nel Nuovo Testamento. Ma con maggior stupore scopriamo che delle 13 ricorrenze che vi incontriamo, ben 12 sono nelle lettere paoline. "Cooperatore" è quindi una qualifica usata quasi esclusivamente da San Paolo. Fa parte di quei termini che egli, in qualche modo costruisce, personalizza e usa in proprio per esprimere una sua convinzione: la necessità della partecipazione sua personale e in conseguenza anche dei cristiani, alla vicenda terrena di Cristo per partecipare anche alla sua storia successiva, dopo quella terrena. Paolo ribadisce questa necessità per sé e per i credenti, anche con altri termini da lui composti che incontriamo quasi solo nelle sue lettere, ad esempio: battezzati con, vivere con, soffrire con, morire con, risorgere con, regnare con, ecc. Esemplifichiamo solo con qualche frase che Paolo indirizza ai cristiani di Roma in 8,16s.
Lo Spirito stesso attesta (letteralmente: con+testimonia) al nostro spirito che siamo figli di Dio. Se siamo figli siamo anche eredi, eredi di Dio, coeredi (cioè: con+eredi) di Cristo, purché soffriamo insieme (lett.: con+soffriamo) a Lui, per poter essere anche glorificati (lett.: con+glorificati) con Lui. Oppure quanto assicura proprio al suo cooperatore Timoteo in 2Tm 2,11s.: Se siamo morti (lett.: con+moriamo) con Lui, con Lui anche vivremo (lett.: con+vivremo); se perseveriamo, con Lui anche regneremo (lett.: con+regneremo).
Il Cooperatore quindi agisce sì liberamente e creativamente ma a una condizione: di manifestare chiaramente una comunione di intenti, di sentimenti e di finalità con qualcun altro. Di volta in volta la comunione o collaborazione viene vissuta anche nell’unità di tempo e di spazio: facendo le stesse cose insieme e contemporaneamente.
Ci può essere un reciproco rinvio e un reciproco richiamo tra unità di intenti che restano sempre discriminanti e prioritari, e l’unità di tempo, l’unità di spazio e l’unità di luogo. Pur riconoscendo la preminenza dei primi nel creare l’unità, almeno qualcuno degli altri: o il luogo o il tempo o lo spazio, ogni tanto va così celebrato, sottolineato insieme per non dimenticare o perdere di vista che cosa è collaborazione. Come due coniugi che collaborano nel creare la loro famiglia, formarla e farla crescere, pur nell’unità di intenti non possono però perdersi di vista per lunghi periodi, se non mettendo a rischio la loro concreta collaborazione. È chiaro poi che gli intenti vanno manifestati, partecipati, perché si possa collaborare.
Il Cooperatore collabora (lett.: con+lavora) solo quando il suo operare non è personale almeno nelle motivazioni, ma sa andare di là di sé stesso ed è capace di entrare in sintonia di valori e di modalità con qualcun altro differente da sé. Questa qualifica richiede allora condivisioni di valori, umiltà, non protagonismo orgoglioso, carità nel dare qualcosa di se stessi, disponibilità nel lasciarsi coinvolgere, apertura e attenzione agli altri nel saper cogliere i loro bisogni.
Il Cooperatore vive concretamente l’unità nei fatti, col suo cooperare appunto, facendo qualcosa insieme con qualcuno se privilegia l’aspetto di cooperazione, o per qualcuno se privilegia l’aspetto di aiuto. Un requisito imprescindibile della qualifica di cooperatori è quindi la tendenza innata a cooperare, ad associarsi, ad unirsi. Il Cooperatore persegue per definizione la collaborazione non la separazione. (…) Siamo autentici cooperatori, se preferiamo il cooperare all’operare indipendente…
